La Festa dei Morti ad Agrigento
La “festa dei morti”, cioè la giornata della Commemorazione dei defunti, ad Agrigento da sempre è stata una ricorrenza molto sentita e caratterizzata da tradizioni secolari.
Le nazioni di tutto il mondo dedicano delle giornate al ricordo dei propri cari scomparsi, con usanze che spesso finiscono per somigliarsi anche se appartengono a culture distanti migliaia di chilometri.
Forse anche per questo alcune tradizioni nate oltreoceano, come Halloween o Los Dias de los Muertos, hanno trovato terreno fertile in cui attecchire anche nella cultura italiana.
Nonostante queste contaminazioni, spesso demonizzate, le tradizioni siciliane però continuano a resistere e a mantenere un loro fascino antico.
Il giorno della “Commemorazione dei defunti” in Italia è una ricorrenza nazionale, spesso erroneamente confusa con la festività di “Ognissanti” che cade giorno 1 novembre.
Le consuetudini siciliane legate a questa celebrazione sono molto antiche e particolarmente sentite, poiché ogni nucleo familiare ha un caro scomparso di cui desidera onorare la memoria.
Nel giorno dei “morti” è infatti usanza recarsi al cimitero per rendere omaggio ai propri cari passati a miglior vita: le lapidi si rivestono di fiori colorati, le famiglie si vestono a festa per “visitare” le tombe di famiglia, in una giornata che diventa occasione per incontrare parenti o amici e scambiarsi ricordi mai appassiti.
Non si tratta però di una ricorrenza triste, ma anzi di un giorno atteso con molta impazienza e trepidazione dai bambini, che tradizionalmente in questo giorno ricevono i regali dai “morti”.
Dolci tipici della Festa dei Morti ad Agrigento
Ricca e golosa è la lista dei dolci tipici di questa ricorrenza.
Un tempo venivano preparati in casa dalle massaie con ricette tramandate per generazioni all’interno di ogni famiglia, ma ai giorni nostri nel “periodo dei morti” è possibile trovarli in ogni panificio o pasticceria della zona.
Frutta Martorana
I tipici e bellissimi dolci creati con farina di mandorle e zucchero, la cosiddetta “pasta reale”, che vengono realizzati con straordinaria maestria e arte sia dai pasticceri più rinomati che dalle donne di casa.
Gli stampini in gesso utilizzati per dare all’impasto le sembianze di frutti spesso sono tramandati nelle famiglie per generazioni.

Pupi di zuccaro
Si tratta di statue realizzate con zucchero, raffiguranti nella tradizione gli elementi tipici della tradizione siciliana, come ad esempio i Paladini delle storie del teatro dei Pupi, fino ad adottare forme più contemporanee ispirate soprattutto ai cartoni animati.

Taralli
Dolci dalla forma intrecciata e dal vago sentore di ammoniaca, tradizionalmente disponibili con glassa al gusto di limone e cacao.

Rame di miele
Sono dei biscotti realizzati con farina e miele, realizzati nella tipica forma di rami.

Biscotti regina (o reginelle)
Biscottini di pasta frolla interamente ricoperti di sesamo.

Ossa di morto (detti anche “carcagnetti”)
Si tratta di dolci molto particolari il cui impasto, durante la cottura, si divide per formare una base caramellosa molto dura e una parte bianca il cui aspetto e consistenza ricordano delle ossa.

Mustazzoli
Dolci realizzati con vino cotto e spezie, molto aromatici.

Tetù (detti anche catalani)
Piccoli e morbidi dolcetti speziati ricoperti di glassa, che in passato venivano realizzati utilizzando gli scarti di pasticceria.

La Festa dei Morti raccontata da Andrea Camilleri
Lo scrittore agrigentino Andrea Camilleri nel suo racconto “Il giorno che i morti persero la strada di casa” ha attinto nei suoi ricordi di bambino per portarci a rivivere le emozioni e le tradizioni della Festa dei Morti nella Sicilia del recente passato.
«Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza.»


